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Vado in Africa a fare la guida – Sergio Pitamitz – Oasis – n°202

Andare in Africa a fare la guida o il ranger è il sogno di molte persone. Che sempre più italiani realizzano grazie ai corsi dell’AIEA in Kenya

 

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Ore 8 del mattino, mi ritrovo seduto ad un tavolo su una terrazza con una splendida vista sulla piatta e sterminata savana kenyota. Intorno al tavolo con me ci sono Alessio, un impiegato comasco che come molti comaschi lavora in Svizzera, a due passi da casa; Simona, un’assicuratrice riminese che per sei mesi all’anno lavora a Malindi come fotografa; Elisabetta, studentessa torinese di scienze naturali e Fausto, cuoco anche’egli torinese. Persone diverse, lavori diversi, città diverse, non ci siamo mai incontrati prima. Cosa ci facciamo riuniti tutti intorno allo stesso tavolo a migliaia di chilometri dalle nostre città? C’è solo una cosa che ci accomuna, una malattia non curabile che si chiama “mal d’Africa”. E questa malattia ci ha spinti a fare un corso per diventare guida di safari tenuto dall’Associazione Italiana Esperti d’Africa. Andare in Africa e fare la guida o il ranger, un sogno per molti, un duro lavoro e uno stile di vita che fa per pochi. A capotavola il nostro istruttore, Pietro Luraschi. Milanese, alto, capelli lunghi e biondi, barba incolta, sembra più uno di quei modelli americani che si incontrano nei locali della movida milanese di corso Como piuttosto che una guida di safari. Pietro invece è uno dei ranger più quotati: guida FGASA di 3° livello, abilitato al walking safari, istruttore ricercato dalle grandi compagnie africane per formare le proprie guide locali. Molti anni di studi che l’hanno portato a essere probabilmente l’unica guida italiana ad avere tali qualifiche. Di fianco a lui Massimo Vallarin, esperta guida della KPSGA e profondo conoscitore del Kenya, dove da molti anni con la sua compagna Elisabetta Levis conduce safari old style nei luoghi più belli del paese. Saranno loro i nostri trainer AIEA, che per oltre una settimana ci insegneranno l’arte del guiding.

Si parte subito con il briefing sulle materie che ci aspettano: guiding etiquette, etologia, astronomia, tassonomia, ecologia, botanica, clima e meteo, geologia, pesci, anfibi, artropodi, rettili, mammiferi, uccelli. Un fitto programma di 14 materie molto impegnative già studiate al corso teorico tenuto in Italia e che adesso viene ripreso e messo in pratica sul campo. Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiunge il tracking, la guida in fuoristrada, l’avvicinamento agli animali…

La location è splendida, il Lualenyi Camp, un campo tendato situato in una riserva privata a due passi dal famoso parco nazionale di Tsavo. Qui si tengono i corsi pratici per conseguire il brevetto di guida di safari dell’AIEA riconosciuto dall’associazione panafricana AFGA – African Field Guide Association.

I ritmi sono duri, si parte all’alba e subito a turno veniamo messi alla guida dei Land Cruiser. Dobbiamo imparare a guidare sulle piste di terra sconnessa senza far sobbalzare la macchina, ma allo stesso tempo controllare l’area per avvistare gli animali. Bisogna abituarsi all’ambiente circostante, a non guardare il bush bensì a osservare attraverso il bush. E’ solo così che si possono notare colori anomali, movimenti strani, forme inusuali. Un puntino bianco che si muove nell’erba potrebbe essere la coda di un leone, un gruppo di macchie nere su di una lontana collina potrebbe essere un branco di bufali. Tutte anomalie che dobbiamo imparare a notare, per poi prendere i nostri inseparabili binocoli e verificare di cosa si tratta. Gli istruttori fermano le macchine vicino a uno scheletro di elefante, ci fanno vedere dal vero la struttura dentale del pachiderma, studiata durante il corso teorico. Altra sosta e tocca alla botanica: acacie, euforbie, baobab, dobbiamo saperle riconoscere in base alla forma del tronco, delle foglie, dei fiori, dobbiamo sapere utilizzi, curiosità e leggende di queste piante. Pietro ci mostra come i Maasai si costruiscono uno spazzolino da denti con tanto di proprietà antibatteriche con un ramo di Salvadora persica, comunemente chiamata Toothbrush Tree. E tutti noi a prendere appunti sui nostri taccuini. Si torna al campo per pausa pranzo, che tanto pausa non è, perché ogni giorno tocca a qualcuno di noi fare la guida di turno, parte importante del guiding etiquette: bisogna imparare a intrattenere gli ospiti a tavola, a fare gli onori di casa, a prendersi cura di loro. Il lavoro di guida finisce solo quando tutti gli ospiti si sono ritirati nelle proprie tende. Dopo pranzo, un’ora di relax. Chi vuole si riposa, ma più sovente ci si ritrova nell’area comune seduti intorno al tavolo coperto di libri, teschi di animali e rami di arbusti a ripassare assiduamente gli argomenti affrontati durante la lunga mattinata. Poi via per un altro game drive. Ci aspettano gli uccelli, non esattamente la materia preferita da molti di noi, ma di cui rimarremo affascinati grazie alle spiegazioni di Pietro: il volo delle aquile, il comportamento dei cuculi, le abitudini delle bufaghe, i richiami di allarme delle faraone e dei francolini quando avvistano un predatore. Si guida per chilometri nel bush, assorbendo come spugne le spiegazioni di Massimo sul comportamento delle giraffe e di Pietro sulla struttura sociale dei termitai. Ed anche sulla loro importanza per la sopravvivenza nella savana: sono una fonte importante di proteine, e ci tocca pure provarle. Niente male, tutto sommato!

I giorni passano, molto intensi, il corso si fa sempre più difficile. Si affronta il tracking: l’arte di interpretare le tracce lasciate dagli animali. Ne troviamo di anomale che attraversano la pista di terra rossa, tipica dell’area del Parco Tsavo. Gli istruttori – dopo aver attentamente verificato che l’area sia libera da predatori – scendono dalla Land Cruiser, confabulano tra di loro per non farsi sentire, ci fanno scendere e ci chiedono, con sorriso sornione: “su ragazzi, di cosa si tratta, cos’è successo qui, chi è passato?”. Si guarda, si analizza, si controlla la zona circostante per trovare altre tracce, ci confrontiamo tra di noi e finalmente la giusta deduzione: impronte freschissime di un leone che trascina una preda! Pietro parte come un segugio seguendo le impronte a ritroso, noi dietro in fila indiana, Massimo chiude il gruppo stando sempre attento all’area circostante: non siamo più protetti dal sicuro guscio della Land Cruiser, stavolta siamo a piedi e non si scherza, i predatori possono essere nascosti ovunque. Troviamo il luogo dell’attacco e Pietro ricostruisce il fatto, calandosi nella parte del leone: si rannicchia in terra, balza sopra il cespuglio dietro al quale era nascosto, mima l’attacco, ripercorre il percorso seguito dal felino con in bocca la preda, un piccolo bufalo. Sembra di assistere alla ricostruzione di un delitto della polizia criminale del film CSI Miami. Rimaniamo affascinati e in silenzio, attenti alle sue spiegazioni. Tornati alle Land Cruiser, gli istruttori seguono le tracce del leone nel bush. Eccolo, finalmente, dopo oltre mezz’ora di inseguimento. Inizia la lezione di avvicinamento ad un animale pericoloso. Mai chiudere le sue vie di fuga, mai avvicinarlo frontalmente, sempre attenti a interpretare i suoi avvisi: non dobbiamo né farlo scappare né tantomeno disturbarlo. E non dobbiamo metterlo in condizione di attaccare la macchina… La prima regola di una guida è rispettare gli animali e l’ambiente. Le giornate proseguono così, intense, tra incontri con elefanti e branchi di zebre, facoceri e bufali, impala e gazzelle. E relativi insegnamenti sul loro comportamento sociale, sulle aspettative di vita, sulle abitudini alimentari, su nascite e gestazioni.

Arriva infine il giorno più lungo: il giorno dell’esame. Siamo tutti stanchi, abbiamo studiato e ripassato sino a notte fonda tutto ciò che ci è stato insegnato in questi giorni intensi. Due ore circa a testa per fare da guida agli altri studenti in veste di turisti. Pietro e Massimo sono seduti in ultima fila con un taccuino su cui scrivono tutto ciò che facciamo, diciamo e raccontiamo di giusto. E di sbagliato. Briefing prima del game drive, capacità di guida in fuoristrada, riconoscimento delle tracce, avvistamenti degli animali, descrizione dei loro comportamenti… Tutto ciò che una buona guida deve saper fare quando accompagna i turisti nell’ambiente naturale di un parco africano. A esami finiti, per scaricare la tensione, tutti ad ammirare il tramonto dalla Lion Rock, a cui si sono ispirati gli sceneggiatori del film animato “Il Re Leone”.

La sera, intorno al fuoco i tanto attesi responsi: c’è chi ha fatto bene e chi un po’ meno, ma siamo tutti promossi! Dopo mesi di studi per la teoria e oltre una settimana di training pratico siamo finalmente guide di safari, ma soprattutto abbiamo vissuto un’esperienza unica che ci ha fatto amare e comprendere ancora di più l’Africa e i suoi animali.

 

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